
All’indomani dell’ultima recita di Lohengrin – Teatro dell’Opera di Roma – 7/12/2025.
C’è una parola che in teatro sembra essere diventata improvvisamente desueta, quasi imbarazzante da pronunciare, e invece dovrebbe essere la prima bussola di ogni artista che si accosta a un capolavoro altrui: RISPETTO. Perché quando si mette mano al Lohengrin di Wagner, non si sta costruendo il “proprio” spettacolo. Si entra in punta di piedi – o almeno si dovrebbe – nell’universo creato da un altro artista, un universo che il pubblico va a vedere perché vuole quell’opera, non un’installazione contemporanea. Il biglietto lo si paga per Wagner: il regista ne è solo un mediatore.
Ed è qui che nasce il primo enorme problema. Se durante tre atti interi il pubblico si ritrova più impegnato a decifrare cosa volesse comunicare il regista che a seguire la musica, allora qualcosa si è rotto. Non solo il patto con la drammaturgia originale, ma anche – ed è gravissimo – il contatto con la musica stessa. Un regista che distrae costantemente lo spettatore con il suo intricato linguaggio autoreferenziale non rende un servizio all’opera: la sabota. Perché Wagner non va interpretato “contro”, va interpretato “attraverso”.
E veniamo al punto forse più clamoroso: la follia pura di alterare la drammaturgia.
Ma come può una scena chiave – quella in cui Telramund attacca di nascosto Lohengrin e viene ucciso per legittima difesa – essere trasformata in un suicidio? UN SUICIDIO. È come decidere di chiudere La Traviata con Violetta che guarisce e parte per la villeggiatura. Il teatro d’Opera non è un buffet in cui ciascuno si serve ciò che gli piace: è una struttura drammaturgica precisa, scolpita dall’autore, e se la alteri in punti nevralgici, la deformi. Non è innovazione: è arbitrio. Soprattutto poi con uno come Wagner che ha scritto parole, musica, note di scena e di regia proprio affinché tutto fosse fatto esattamente come LUI voleva, arrivando perfino a progettare il suo teatro ideale e ad inventare il golfo mistico per l’orchestra.
Poi c’è la questione del Preludio del primo atto. Wagner lo voleva a sipario chiuso e a sala buia. Non per capriccio, ma perché l’immersione musicale iniziale deve essere totale, un bagno sonoro che prepara lo spettatore a ciò che vedrà. È un momento quasi mistico di concentrazione, di ascolto, di apertura del cuore. E invece no: bisogna riempire. Bisogna mostrare. Bisogna fare azione, movimento, didascalia, rumore visivo. Perché? Perché sembra che qualcuno abbia paura della musica. Paura che non basti da sola. Paura che il pubblico si annoi se non gli si agita qualcosa davanti. Ma quel momento, quel silenzio visivo, quell’oscurità… Wagner l’ha scolpita come una firma: violarla significa togliere respiro alla sua idea drammaturgica.
E non stupisce, allora, che tante persone ieri sera fossero perse, distratte, impegnate a elucubrare più che a sentire. Un regista non deve chiedersi se lo spettatore “ha capito lui”. Deve chiedersi se lui ha aiutato lo spettatore a entrare nell’opera.
Se metà sala si ritrova a chiedersi cosa significhi la vasca da bagno al posto della navicella, perché Lohengrin trascini una bara bianca o cosa rappresenti lo spettro di Gottfried che appare e scompare anche quando non c’entra nulla… allora non siamo di fronte a libertà interpretativa: siamo di fronte a una gratuità scenica che appesantisce, distrae, smonta la tensione musicale. È un rumore di fondo costante che si sovrappone alla partitura.
Portare l’Opera nella contemporaneità è un compito nobile, necessario, fondamentale. Nessuno vuole musei imbalsamati dell’Ottocento. Ma bisogna saperlo fare. Con misura. Con umiltà. Con adesione profonda al testo, non con sovrastrutture che cercano a tutti i costi di dimostrare quanto il regista sia brillante, creativo, iconoclasta. La contemporaneità nasce dal rispetto, non dalla prevaricazione.
E infine c’è una cosa delicatissima da dire: il pubblico ha paura. Paura di dire che non gli piace qualcosa, perché sembra che se non “capisci” la visione del regista sei tu il problema, tu quello non abbastanza elevato, colto o moderno. E invece no. Se un’idea resta oscura quando dovrebbe chiarire, se un simbolo resta criptico quando dovrebbe illuminare, se un gesto distrae anziché unire, allora il regista ha mancato una parte della sua missione. L’Opera non è un rebus a premi.
E allora diciamolo: sì, qualche intuizione era interessante, qualcuna anche bella. Ma il quadro complessivo era un colossale esercizio di sovrascrittura autoreferenziale. E quando il pubblico esce avendo ascoltato meno Wagner e più Michieletto… c’è qualcosa che non va.
Soprattutto per chi da quasi 30 anni lo ama e lo divulga con passione.
Ah, da notare che IL REGISTA ieri sera è stato L’UNICO a non uscire alla ribalta a fine spettacolo… certamente una provvidenziale indisposizione deve avergli impedito di ricevere il meritato tributo che il pubblico da 4 ore e mezza desiderava riservargli…