Ci sono capolavori che nascono per cambiare la storia della musica. Altri sembrano germogliare senza alcuna pretesa, quasi per gioco, per il semplice piacere di fare musica. Eppure, proprio questi lavori apparentemente più modesti finiscono spesso per conquistare il pubblico con una naturalezza che le opere più ambiziose faticano a raggiungere. È il caso della Petite Suite di Claude Debussy.

(Édouard Manet: Monet che dipinge sulla sua barca, 1874)

Il titolo potrebbe trarre in inganno. Petite, “piccola”, quasi a suggerire un lavoro di secondaria importanza. In realtà, dietro quella modestia tutta francese si nasconde una delle pagine più fresche, eleganti e amate del giovane Debussy, una musica che ancora oggi conserva il fascino della giovinezza e il piacere della scoperta.

La Petite Suite nasce nel 1889, un anno straordinario non soltanto per Debussy, ma per tutta la cultura europea. A Parigi si inaugura l’Esposizione Universale. Viene costruita la Torre Eiffel, destinata a diventare il simbolo della città. Milioni di visitatori arrivano da ogni parte del mondo e, insieme alle grandi invenzioni tecniche, scoprono musiche provenienti da culture lontanissime. Fra queste, il celebre gamelan giavanese, con le sue sonorità sospese, i suoi timbri metallici e il suo modo completamente diverso di concepire il tempo musicale. Debussy ne rimane folgorato. Più tardi confesserà che quella scoperta gli aveva aperto prospettive completamente nuove sul suono. Nella Petite Suite non troviamo ancora quell’audacia armonica che caratterizzerà il Debussy della maturità. Ma sapere che questa musica nasce proprio nell’anno in cui il compositore comincia ad allargare definitivamente i propri orizzonti rende il suo ascolto ancora più affascinante.

(manifesto Exposition Universal 1889)

In quel periodo Debussy ha ventisette anni. Ha già alle spalle gli anni difficili del Conservatorio di Parigi, dove i professori lo giudicano talentuoso ma indisciplinato. Ha già vinto il prestigioso Prix de Rome, anche se l’esperienza italiana lo ha lasciato profondamente insoddisfatto. Frequenta poeti, pittori e scrittori molto più volentieri dei teorici della musica. È ancora lontano dal successo internazionale, ma sta lentamente costruendo quella personalità artistica destinata a cambiare il volto della musica del Novecento. La Petite Suite, però, appartiene ancora a un altro mondo. È una composizione destinata al pianoforte a quattro mani.

Oggi questa formazione è diventata relativamente rara, ma alla fine dell’Ottocento rappresentava il cuore della vita musicale domestica. Prima del grammofono, della radio e naturalmente dello streaming, la musica si ascoltava soprattutto… facendola. Le famiglie borghesi possedevano quasi sempre un pianoforte. Gli editori pubblicavano continuamente trascrizioni di opere liriche, sinfonie e balletti proprio per quattro mani, così che amici, fratelli o coniugi potessero suonarle insieme nel salotto di casa. Debussy conosce perfettamente questa tradizione e decide di regalarle una musica che sembra nascere dal piacere stesso del condividere.

(Pierre-Auguste Renoir: Yvonne et Christine Lerolle au piano, 1897)

I quattro movimenti della Petite Suite non raccontano una vera storia. Sono piuttosto quattro piccoli quadri, quattro atmosfere.

Il primo, En bateau, è probabilmente il più celebre. Il titolo non è casuale. Debussy si ispira ai versi delle Fêtes galantes di Paul Verlaine, poeta che amerà profondamente e che metterà spesso in musica. È una lenta navigazione su acque tranquille, illuminate da una luce morbida. Il ritmo culla l’ascoltatore con naturalezza, mentre il dialogo fra i due pianisti crea continui riflessi sonori, quasi fossero bagliori sull’acqua.

Segue Cortège, una pagina vivace e sorridente. Il titolo significa “corteo”, ma non bisogna immaginare una cerimonia ufficiale. Piuttosto una piccola processione fantastica, elegante e ironica, nella quale tutto sembra muoversi con leggerezza. Debussy gioca con il ritmo, alterna slanci improvvisi a momenti più delicati, costruendo una musica piena di spirito, senza mai perdere quella raffinatezza che diventerà uno dei suoi tratti distintivi.

Il terzo movimento è un Menuet. Anche qui Debussy guarda al passato, ma senza nostalgia. Il minuetto settecentesco viene filtrato attraverso una sensibilità completamente moderna. È come osservare una danza antica riflessa in uno specchio leggermente appannato: riconosciamo la forma, ma tutto appare più morbido, più sfumato, più poetico.

Infine, arriva Ballet, il movimento conclusivo. È forse il più brillante dell’intera Suite. L’energia ritmica aumenta, i temi si rincorrono con eleganza, la scrittura diventa virtuosistica senza mai perdere il sorriso. È un finale luminoso, quasi festoso, che lascia nell’ascoltatore una sensazione di leggerezza e di ottimismo.

(Debussy sulla sponda del fiume Marna, 1895)

È curioso osservare come, già in queste pagine giovanili, Debussy sembri interessarsi meno allo sviluppo drammatico tipico della tradizione tedesca e molto di più all’atmosfera, al colore, alla qualità del suono. Non cerca di costruire grandi architetture musicali. Preferisce evocare immagini, suggerire sensazioni, lasciare che sia il timbro a raccontare ciò che le parole non possono dire. Forse è anche per questo che la Petite Suite sembra quasi chiedere di essere orchestrata.

E infatti sarà proprio così. Nel 1907 Henri Büsser, il compositore, direttore d’orchestra e grande amico di Debussy che abbiamo già incontrato scrivendo su Printemps, realizza una trascrizione orchestrale dell’intera Suite. Non si tratta di una semplice operazione editoriale. Debussy segue il lavoro con interesse e lo approva personalmente. È un dettaglio importante, perché il compositore era estremamente esigente nei confronti delle orchestrazioni delle proprie opere.

Büsser dimostra di aver compreso perfettamente lo spirito della partitura. Non aggiunge effetti spettacolari né cerca di trasformarla in un grande poema sinfonico. Fa qualcosa di molto più difficile: distribuisce nell’orchestra quei colori che sembravano già nascosti nella scrittura pianistica. I legni fanno respirare le melodie con naturalezza, gli archi ampliano il canto senza appesantirlo, gli impasti timbrici sembrano nascere spontaneamente dalle armonie di Debussy. Il risultato è così convincente che oggi la versione orchestrale viene eseguita quasi quanto quella originale.

È raro che due versioni della stessa opera convivano con un equilibrio tanto perfetto. Al pianoforte la Petite Suite conserva l’intimità del salotto borghese, il piacere della conversazione musicale, la complicità fra due interpreti seduti fianco a fianco. Nell’orchestra acquista invece una tavolozza di colori nuova, più ampia, quasi cinematografica, senza perdere nulla della sua grazia originaria.

Vi lascio qui i link per ascoltare entrambe le versioni: quale preferite?

Quattro mani: https://www.youtube.com/watch?v=In0lgWpO6nM

Orchestra: https://www.youtube.com/watch?v=J_kiMeYKJbY

E se volete assaggiare una mia pillola sull’argomento, ecco qui: