Tra tutte le opere orchestrali di Claude Debussy, Jeux occupa una posizione unica. È probabilmente la più moderna, la più enigmatica e, per certi aspetti, la più radicale dell’intera sua produzione. Se Prélude à l’après-midi d’un faune rappresenta la nascita dell’impressionismo musicale e La Mer il pieno compimento della sua poetica sonora, Jeux guarda decisamente oltre, anticipando linguaggi che diventeranno centrali solo molti decenni dopo. La sua estrema fluidità ritmica, la frammentazione delle idee musicali, la continua trasformazione del colore orchestrale e il rifiuto di qualsiasi sviluppo tradizionale ne fanno una delle partiture più sorprendenti del primo Novecento.

(Sir John Lavery, Un raduno – 1885)
Alla sua prima esecuzione, nel 1913, l’opera lasciò pubblico e critica disorientati. Pochi giorni dopo, la scandalosa prima del Sacre du printemps di Igor Stravinskij avrebbe monopolizzato l’attenzione del mondo musicale, relegando Jeux in una posizione quasi marginale. Solo nel secondo dopoguerra, grazie all’interesse di Pierre Boulez e di altri interpreti della nuova avanguardia, questa straordinaria composizione è stata finalmente riconosciuta come uno dei vertici assoluti dell’arte debussyana.
Un Debussy ormai maturo
Quando iniziò a lavorare a Jeux, nel 1912, Claude Debussy aveva quasi cinquant’anni. Era ormai uno dei compositori più celebri d’Europa, autore di opere che avevano trasformato profondamente il linguaggio musicale francese e internazionale. La sua situazione personale, tuttavia, era tutt’altro che serena.
Da alcuni anni combatteva contro un tumore che avrebbe progressivamente minato la sua salute. Le difficoltà economiche non erano del tutto scomparse, nonostante il successo internazionale, e il clima culturale europeo appariva sempre più inquieto, a pochi mesi dallo scoppio della Prima guerra mondiale.
Anche artisticamente Debussy sentiva il bisogno di andare oltre se stesso. Dopo aver raggiunto una piena maturità stilistica con La Mer, le Images e i Préludes per pianoforte, non aveva alcuna intenzione di ripetersi. Jeux nasce proprio da questa esigenza: inventare un nuovo modo di pensare il tempo musicale.
L’incontro con Diaghilev
L’origine dell’opera è strettamente legata alla straordinaria stagione dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev, la compagnia che all’inizio del Novecento rivoluzionò il balletto europeo coinvolgendo musicisti, pittori e coreografi d’avanguardia. Dopo il successo del Martyre de saint Sébastien, Diaghilev propose a Debussy la composizione di un nuovo balletto. L’idea iniziale apparteneva al celebre ballerino e coreografo Vaslav Nijinskij, che immaginò una vicenda estremamente semplice: un ragazzo e due ragazze giocano a tennis in un parco al crepuscolo, una pallina viene smarrita e il gioco si trasforma progressivamente in una sottile tensione sentimentale fatta di avvicinamenti, esitazioni, gelosie e improvvise riconciliazioni, fino allo spegnersi della luce. Non esiste una vera trama. Più che raccontare una storia, il balletto mette in scena un continuo gioco di movimenti, sguardi e gesti. Proprio questa assenza di narrazione tradizionale affascinò Debussy, che vi riconobbe una situazione ideale per una musica libera da ogni retorica.

(Tamara Karsavina , Vaslav Nijinsky e Ludmilla Schollar in Jeux)
La composizione
Debussy lavorò alla partitura tra l’estate del 1912 e l’inizio del 1913. Il processo creativo fu complesso. La collaborazione con Nijinskij non risultò semplice: il coreografo possedeva una concezione del movimento estremamente innovativa, ma faticava a tradurre con precisione le proprie idee. Debussy, dal canto suo, desiderava una perfetta corrispondenza tra gesto e musica, ma senza subordinare la partitura alle esigenze della danza. Nelle lettere di quel periodo emerge spesso la sua ironia nei confronti delle prove del balletto, che trovava a tratti confuse e disordinate. Ciò nonostante, continuò a rifinire la partitura con straordinaria meticolosità, limando ogni dettaglio dell’orchestrazione.
Il risultato fu un brano di circa diciotto minuti, incredibilmente denso: in uno spazio relativamente breve Debussy concentra una quantità impressionante di idee musicali, molte delle quali compaiono per pochi istanti prima di trasformarsi immediatamente in qualcos’altro.
La prima rappresentazione
La prima ebbe luogo il 15 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi. Sul podio si trovava Pierre Monteux. Le scene e i costumi erano di Léon Bakst. Il pubblico accolse il balletto con curiosità, ma senza entusiasmo. Molti spettatori rimasero perplessi dalla coreografia, giudicata eccessivamente astratta, e dalla musica, che sembrava rinunciare ai grandi temi memorabili tipici del balletto tradizionale. Il destino dell’opera fu ulteriormente complicato da un evento destinato a entrare nella storia. Solo quindici giorni dopo, nello stesso teatro, andò in scena Le Sacre du printemps di Stravinskij, provocando uno dei più celebri scandali della storia della musica. Di fronte a quell’avvenimento clamoroso, Jeux scomparve quasi immediatamente dai programmi dei teatri.
La riscoperta tardiva
Per molti decenni Jeux rimase una delle opere meno eseguite di Debussy. Fu soprattutto Pierre Boulez, a partire dagli anni Cinquanta, a riportarla al centro dell’attenzione critica. Boulez vedeva in Jeux un capolavoro assoluto, capace di anticipare numerosi aspetti della musica del secondo Novecento. Secondo il direttore e compositore francese, Debussy aveva inventato una nuova concezione del tempo musicale, fondata non sullo sviluppo lineare, ma sulla continua trasformazione degli eventi. Molti studiosi condividono oggi questa valutazione e compositori come Olivier Messiaen e György Ligeti riconobbero in Jeux una fonte di ispirazione fondamentale.

(Pierre Boulez, 1925-2016)
Una musica senza centro
La caratteristica più sorprendente di Jeux è il rifiuto di qualsiasi sviluppo tradizionale. Nella sinfonia romantica un tema viene esposto, elaborato, trasformato e infine ricondotto alla conclusione. In Jeux questo principio scompare quasi completamente. Le idee musicali compaiono improvvisamente, durano pochi secondi e vengono immediatamente sostituite da altre. Molti studiosi hanno contato centinaia di piccoli motivi differenti distribuiti nell’arco dell’intera partitura. L’ascoltatore non percepisce grandi blocchi formali, ma un flusso continuo di micro-eventi. È come osservare il riflesso della luce sull’acqua: ogni istante è diverso dal precedente, ma tutti appartengono allo stesso movimento.
In nessun’altra opera Debussy utilizza l’orchestra con una tale raffinatezza. Ogni strumento assume una funzione estremamente mobile. Le combinazioni timbriche cambiano continuamente. I legni passano da figure rapidissime a brevi frammenti lirici. Gli archi alternano pizzicati, armonici, tremoli e figurazioni leggere con estrema naturalezza. L’arpa interviene come un riflesso luminoso. Le percussioni, pur utilizzate con grande discrezione, contribuiscono a definire il carattere cangiante della partitura. L’impressione generale è quella di un organismo vivente nel quale ogni elemento nasce, si trasforma e scompare senza soluzione di continuità.
Anche il ritmo rappresenta una delle grandi innovazioni dell’opera. Debussy modifica costantemente la metrica. Le battute sembrano perdere la loro funzione tradizionale. Accenti e pulsazioni cambiano continuamente posizione. Non esiste quasi mai una regolarità prevedibile. Questa estrema mobilità crea una sensazione di leggerezza e imprevedibilità perfettamente coerente con il soggetto del balletto. La musica sembra letteralmente giocare con il tempo.
Anche sul piano armonico Jeux costituisce un punto d’arrivo. Le tonalità tradizionali risultano spesso irriconoscibili. Gli accordi vengono scelti soprattutto per il loro colore. Le modulazioni avvengono con assoluta libertà. Scale esatonali, pentatoniche, modi antichi e cromatismi convivono senza gerarchie. Non si tratta però di una negazione della tonalità. Piuttosto, Debussy amplia enormemente il vocabolario armonico fino a renderlo estremamente flessibile.
Il significato storico
Jeux è l’ultima grande opera orchestrale completata da Debussy. Dopo di essa la malattia avrebbe limitato sempre più la sua attività creativa. Negli ultimi anni avrebbe composto soprattutto le tre Sonate da camera (delle sei progettate ne completò soltanto tre) e alcuni lavori pianistici, prima di morire nel marzo del 1918. Per questo motivo Jeux assume anche il valore di un testamento artistico.
Qui Debussy porta alle estreme conseguenze tutte le intuizioni sviluppate nell’arco della sua carriera e oggi ascoltare Jeux significa entrare in un universo sonoro in cui nulla rimane immobile. Ogni istante genera quello successivo con la naturalezza di un gesto improvvisato, proprio come accade nel gioco evocato dal titolo. Per questo, a oltre un secolo dalla sua composizione, Jeux continua a rappresentare una delle conquiste più alte e più visionarie della musica del Novecento.
Per un ascolto completo (circa 20 minuti) di questa pagina straordinaria consiglio la seguente esecuzione dei Berliner Philharmoniker diretti da Simon Rattle al Festival di Lucerna del 2012:
https://www.youtube.com/watch?v=yVYqbvgGG3g
Se invece volete assaggiare una mia pillola-video sull’argomento, ecco qui: