Fra tutte le raccolte pianistiche del Novecento, poche possiedono il fascino misterioso dei Préludes di Claude Debussy. Sono pagine brevissime, spesso di appena due o tre minuti, eppure ciascuna sembra contenere un universo. Non raccontano una storia, non seguono un programma preciso, non descrivono un paesaggio come farebbe un poema sinfonico. Piuttosto, aprono una finestra sull’immaginazione dell’ascoltatore, lasciando che sia lui a completare ciò che la musica soltanto suggerisce.
È significativo che il primo dei ventiquattro Préludes, pubblicato nel 1910, sia proprio Danseuses de Delphes. Debussy avrebbe potuto inaugurare la raccolta con un brano brillante, virtuosistico, spettacolare. Sceglie invece una pagina lenta, solenne, quasi immobile. È come se, prima ancora di farci ascoltare la sua musica, volesse insegnarci il suo modo nuovo di ascoltare.

L’ispirazione nasce da un’immagine. Sul frontespizio della rivista francese Le Mercure musical compare la fotografia di una celebre colonna rinvenuta durante gli scavi archeologici di Delfi. Intorno al suo fusto danzano tre figure femminili scolpite nella pietra, probabilmente sacerdotesse legate al culto di Apollo. La scultura, oggi conservata al Museo del Louvre, appartiene alla Grecia arcaica, un mondo che alla fine dell’Ottocento esercitava un fascino enorme sugli artisti europei. Non l’antichità eroica e monumentale dei grandi dipinti storici, ma una Grecia più silenziosa, fatta di equilibrio, misura e contemplazione.
Debussy rimane colpito da quell’immagine. Non perché desideri raccontare musicalmente una scena dell’antica Grecia, ma perché quelle figure sembrano incarnare qualcosa che da sempre ricerca nella propria arte: l’immobilità che contiene il movimento, il silenzio che precede il suono, la semplicità capace di suggerire l’infinito. Restano sospese nel tempo, come se la pietra stessa avesse conservato il ritmo di un gesto antico.
L’inizio del brano sorprende immediatamente. Grandi accordi, solenni e pacati, scandiscono uno spazio sonoro che sembra privo di gravità. Non c’è alcuna fretta di procedere. Le armonie respirano lentamente, le frasi sembrano nascere dal silenzio e ritornarvi con naturalezza. Più che assistere a una danza, abbiamo l’impressione di osservare una scultura illuminata dalla luce del tramonto: è un grande invito alla contemplazione.
Del resto, nel 1910 Debussy è ormai nel pieno della propria maturità artistica e la sua rivoluzione è ormai compiuta. La critica continua talvolta a definirlo “impressionista”, etichetta che egli non ha mai amato, ma nessuno può più mettere in dubbio che il suo linguaggio abbia cambiato profondamente la musica europea.

(Debussy in un ritratto di Félix Nadar, 1908)
Nei Préludes scompare ogni desiderio di grandiosità. Rimangono soltanto poche pagine, cesellate con precisione quasi miniaturistica, nelle quali ogni nota sembra indispensabile. Il titolo stesso della raccolta rivela quanto Debussy si senta ormai lontano dalla tradizione. Quando leggiamo la parola “preludio”, il pensiero corre inevitabilmente a Bach. Per lui il preludio introduceva una fuga. Con Chopin diventa invece una forma autonoma: ventiquattro brevi composizioni che attraversano tutte le tonalità maggiori e minori, veri aforismi musicali. Debussy riprende quel nome antico, ma lo svuota completamente del suo significato storico. I suoi Préludes non introducono nulla, non preparano nulla. Sono essi stessi l’opera compiuta. Forse sarebbe più giusto chiamarli “apparizioni” o “visioni”. O ancora, come scrisse il musicologo Harry Halbreich, “istanti di poesia sonora”.
Sorprendente anche la posizione dei titoli. Sfogliando la partitura originale si scopre infatti che non compaiono all’inizio dei brani, ma sono stampati alla fine, fra parentesi, preceduti da tre puntini. (… Danseuses de Delphes) (… Des pas sur la neige) (… La Cathédrale engloutie)
Il compositore non vuole condizionare né il pianista né l’ascoltatore. Se leggessimo subito La Cathédrale engloutie, ascolteremmo inevitabilmente una cattedrale. Se leggessimo Des pas sur la neige, cercheremmo immediatamente le impronte nella neve. Debussy, invece, desidera l’esatto contrario. Prima viene la musica. Solo dopo arriva un’immagine, discreta, quasi sussurrata, che non spiega nulla ma suggerisce una possibile direzione dell’immaginazione. È un principio profondamente simbolista.
Debussy frequenta da anni il mondo della poesia francese. Ammira Verlaine, Mallarmé, Pierre Louÿs. Tutti condividono la stessa convinzione: l’arte non deve descrivere la realtà, ma evocarla. Mallarmé lo riassume in una frase diventata celebre: «Nominare un oggetto significa sopprimere tre quarti del piacere del poema; suggerirlo, ecco il sogno.»

(Paul Verlaine, Bibi la Purée e Stephane Mallarmé al Café Procope, 1890)
La musica di Debussy sembra tradurre esattamente questa poetica. Per questo i suoi Préludes non sono mai musica “descrittiva”. Ogni titolo rappresenta piuttosto una scintilla iniziale, un’immagine che accende la fantasia del compositore e che, una volta trasformata in musica, perde ogni carattere narrativo per diventare pura atmosfera. Questa libertà rende i Préludes una delle sfide più affascinanti dell’intero repertorio pianistico. Il pianista non può limitarsi a eseguire correttamente le note. Deve lavorare sul peso del suono, sulla qualità del silenzio, sulle infinite sfumature del pedale. Debussy annota continuamente indicazioni come avec une douce gravité, sans rigueur, presque sans nuances, quasi che le parole servissero non a prescrivere una tecnica, ma un modo di respirare.
Forse è proprio questa la ragione per cui, oltre un secolo dopo la loro pubblicazione, i Préludes continuano a sfuggire a ogni interpretazione definitiva. Ogni pianista vi scopre una luce diversa e ogni ascoltatore vi riconosce immagini differenti.
Ed è probabilmente ciò che Debussy desiderava fin dall’inizio.
ASCOLTO CONSIGLIATO: Arturo Benedetti Michelangeli https://www.youtube.com/watch?v=GFrsOfSBkOc
E se volete assaggiare una mia pillola sull’argomento, ecco qui (con sorpresa finale):