
(Tempo di lettura: 2 minuti e mezzo). Palazzo Vendramin-Calergi, affacciato sul Canal Grande, è silenzioso. Fuori, le gondole scivolano lente tra nebbia e acqua. Dentro, un uomo che aveva riscritto le regole dell’arte, si appresta a uscire di scena, esattamente alle 15.30 del 13 febbraio 1883. È un martedì grasso. La città è in festa, ma dentro quelle stanze silenziose si consuma una fine che somiglia a un addio teatrale, in perfetto stile wagneriano.
Wagner era arrivato a Venezia a settembre, con Cosima, i figli e alcuni collaboratori fidati. Il soggiorno avrebbe dovuto offrirgli riposo, isolamento, e una tregua dalla tensione fisica e mentale che lo accompagnava da anni. Ma, come sempre, il compositore non riesce a fermarsi. Scrive, legge, discute per ore con Cosima, lavora a un saggio destinato a restare incompiuto: Über das Weibliche im Menschlichen (“Il femminile nell’umano”) riflessione filosofica e personale su donna, amore e redenzione, già solo il titolo suggerisce quanto avesse ancora da dire.
I giorni precedenti la morte sono intensi, irrequieti. Wagner continua a interessarsi alla messinscena del Parsifal, affronta discussioni familiari tese (in particolare con la figlia Isolde), e – secondo molti testimoni – appare stanco, ma ancora pieno di pensieri in fermento. I problemi cardiaci peggiorano.
La sera del 12 febbraio, suona al pianoforte una breve composizione malinconica, l’Elegia in la bemolle maggiore. È un brano intimo, quasi sospeso, senza parole, una pagina rarissima, sorta di addio sussurrato, considerata oggi il suo vero canto del cigno.
La mattina seguente, dopo pranzo, Wagner ha un acceso scambio con Cosima. Subito dopo si ritira nel salottino accanto, accusa un dolore al petto e si accascia. Muore assistito solo da un medico italiano. Cosima lo raggiunge pochi minuti dopo. E poi, per due giorni interi, non lascia la stanza dove giace il corpo del marito, dormendo accanto a lui.

Il 15 febbraio, la salma viene trasportata da sei gondolieri fino alla stazione ferroviaria. La laguna tace. I veneziani si affacciano in silenzio. Il treno parte per Bayreuth, dove Wagner verrà sepolto nel giardino di Villa Wahnfried, secondo il suo desiderio. La villa prende il nome dal motto wagneriano “Hier wo mein Wähnen Frieden fand” (“Qui, dove la mia illusione ha trovato pace”), inciso sopra l’ingresso. Il sarcofago è sobrio e privo di decorazioni appariscenti, in netto contrasto con l’ego colossale e lo stile drammatico dell’artista: un parallelepipedo scuro, coperto solo dal muschio e dal silenzio. Anche Cosima sarà poi sepolta accanto a lui nel 1930, come da suo desiderio.
Diagnosi finale: disturbo da immortalità cronica, con crisi acute di onnipotenza creativa. Prognosi: irreversibile.

Essere wagneriani oggi non significa solo ascoltare Wagner.
Significa entrare in una visione: totale, ingombrante, ipnotica. Significa scegliere di non accontentarsi, di cercare il sublime anche quando spaventa.
Il “wagneriano” è una figura rara e riconoscibile: è colui che non consuma un’opera, ma ne fa parte, la difende, la discute.
È parte di un mondo parallelo che ancora oggi, a Bayreuth o in qualunque altro luogo, non assomiglia a nient’altro.
Per scoprire come tutto è iniziato, ascolta il podcast AL GALOPPO CON WAGNER, in uscita domani, 4 Agosto 2025.