(Tempo di lettura: 4 minuti). La “mezza estate” è passata da poco in questo agosto che si allunga tra calore e lentezza. Chiudiamo gli occhi per un momento e lasciamoci trasportare in un bosco incantato: tra ombre leggere e luci tremolanti, le note di Felix Mendelssohn danzano come fate invisibili, sussurrandoci sogni e magie di una notte senza tempo.

Ci sono composizioni che stupiscono non solo per la loro bellezza, ma anche per l’età in cui sono state scritte. Nel 1826, un ragazzo di diciassette anni prende in mano Shakespeare e, dopo aver letto in traduzione il Sogno di una notte di mezza estate, scrive una musica che diventerà una delle più celebri del Romanticismo. L’Ouverture op. 21 è un piccolo miracolo: non solo dipinge personaggi e atmosfere, ma inventa letteralmente un nuovo linguaggio orchestrale, leggero e scintillante come la trama teatrale da cui prende ispirazione.
La leggenda vuole che Mendelssohn avesse appena discusso del dramma con la sorella Fanny, e che la scintilla creativa fosse scattata immediatamente dopo. Fatto sta che in poche settimane il giovane compositore aveva già pronto uno dei manifesti della musica romantica.
Il Sogno di una notte di mezza estate era, nell’Europa ottocentesca, una delle commedie più amate di Shakespeare. I romantici tedeschi vi riconoscevano un concentrato di temi a loro cari: natura misteriosa, amori inquieti, magia, mondo notturno. Le traduzioni di August Wilhelm Schlegel e Ludwig Tieck avevano reso il testo un classico moderno, un libro da salotto colto.
Mendelssohn, giovane borghese raffinato e appassionato di letteratura, vi trovò la materia perfetta per un’avventura musicale. L’ouverture non si limita a descrivere: è una vera trasfigurazione poetica. Gli archi acuti e rapidi, come tremolii impalpabili, sono le fate che danzano, gli accordi solenni degli ottoni evocano la corte di Teseo e Ippolita, i temi lirici rappresentano gli amanti smarriti nel bosco, una scrittura grottesca e pesante dipinge il tessitore trasformato in asino. In pochi minuti di musica, siamo già nel cuore della storia.

Ma il sogno non finì lì. Diciassette anni dopo, nel 1843, il re di Prussia Federico Guglielmo IV commissionò a Mendelssohn l’intera musica di scena per una rappresentazione a corte. Il compositore riprese l’ouverture giovanile e vi aggiunse dodici numeri orchestrali, corali e solistici.
Nacquero così pagine che entrarono nella memoria collettiva: lo Scherzo, un turbine orchestrale che sembra dare corpo al brulichio notturno del bosco. Il Notturno che con il celebre solo di corno è uno dei momenti più sognanti e sospesi di tutto il Romanticismo. La Marcia nuziale, scritta per il matrimonio di Teseo e Ippolita, diventata la colonna sonora per eccellenza di tutti i matrimoni del mondo ed i cori delle fate: brevi, eterei, quasi impalpabili, che incastonano la parola teatrale in una trama sonora luminosa.
La partitura nel suo insieme dura circa un’ora: un vero e proprio “romanzo musicale” che accompagna ogni svolta della commedia.
L’ascolto delle musiche di Mendelssohn rivela un tratto raro: la capacità di fondere magia e ironia. Il mondo fatato è reso con leggerezza quasi impressionista; gli amanti sono descritti con dolcezza, ma anche con un filo di sorriso, mai troppo patetico; i personaggi comici si vestono di una musica caricaturale, che strappa un risolino ancora oggi. È un equilibrio difficilissimo: ogni brano sta in bilico tra realtà e sogno, tra parodia e incanto. Mendelssohn non prende mai troppo sul serio i suoi personaggi e proprio per questo tutto funziona perfettamente.

L’influenza di questa musica è enorme. Curiosamente, nonostante il suo noto disprezzo per Mendelssohn, Wagner sembra aver assorbito alcune qualità evocative della celebre Ouverture. Nei suoi passaggi più sognanti e fiabeschi, con atmosfere leggere e sospese, si avverte una chiarezza orchestrale e un uso della luce e del colore musicale che ricordano le trasparenze e i momenti delicati della partitura di Mendelssohn. Senza Mendelssohn, probabilmente Čajkovskij non avrebbe dipinto boschi incantati nei suoi balletti e Britten non avrebbe pensato al suo A Midsummer Night’s Dream del 1960.
Riascoltare Mendelssohn d’estate ha un valore speciale. Il suo scintillante bosco notturno si sovrappone ai suoni naturali delle nostre serate: frinire di cicale, foglie mosse dal vento, risate lontane. La sua musica non appartiene solo all’Ottocento: è un paesaggio sonoro che ci accompagna ogni volta che ci vogliamo perdere, anche solo per un attimo, nella poesia della serenità della notte.
Per un piccolo assaggio di magia (circa 10 minuti), ecco l’Ouverture nella splendida edizione del 1984 diretta da Claudio Abbado con la London Symphony Orchestra:
https://www.youtube.com/watch?v=m0gHTNJVFtA
L’estate non sta ancora finendo. Ed il sogno neppure. Approfittiamone.