(Tempo di lettura: 2 minuti). Wagner non è un bambino prodigio alla Mozart. Non compone concerti a cinque anni né suona tanti strumenti a memoria. È un talento diverso, più difficile da incasellare. L’arte, per lui, è spettacolo, parola, incarnazione. E forse per questo, anche quando si avvicinerà alla musica, non la separerà mai dalla scena, dalla parola, dal gesto.

A scuola, però, Wagner è tutt’altro che disciplinato. Frequenta il liceo classico di Dresda con risultati… altalenanti. È brillante, ma caotico. Un insegnante dell’epoca scrive che Wagner è “intelligente, ma impossibile da inquadrare” e un altro lo descrive come “più portato al caos che alla disciplina, ma in modo affascinante”.
Chi sono i suoi modelli? Due nomi che dicono tutto: Shakespeare e Beethoven. Il primo per la profondità tragica e teatrale, il secondo per il potere quasi cosmico della musica. Wagner non vuole essere come loro: vuole essere entrambi, in uno. E si sente un predestinato.
“Non sarò solo musicista. Sarò poeta, drammaturgo, filosofo, rivoluzionario. Tutto insieme. Perché tutto è uno.” Così scrive in uno dei suoi primi quaderni.
Quadro clinico: soggetto maschio, tedesco, alto tasso di autostima e bassissima tolleranza alla critica. Prognosi: megalomania creativa cronica, ma altamente contagiosa.
Naturalmente, un’adolescenza vissuta con questa intensità non è semplice. Wagner sente il bisogno di esprimersi, ma non ha ancora i mezzi. Vuole cambiare il mondo, ma non sa bene da dove cominciare. Alterna momenti di entusiasmo furioso a crisi di sconforto e solitudine, come forse tutti i ragazzi della terra.
Anche il rapporto con il pianoforte è particolare. Per molti musicisti il pianoforte è un’estensione del corpo. È il primo incontro con la musica, il rifugio, il compagno quotidiano. Per Richard Wagner… no. Wagner non fu mai un grande pianista. E non si sforzò nemmeno di diventarlo. Per lui, il pianoforte era uno strumento di lavoro, utile per mettere alla prova le sue idee, ma mai davvero “amato”.
Niente ore passate a studiare la tecnica, niente concerti, né ambizioni da virtuoso. Quando scriveva, lo faceva per l’orchestra, per la voce, per il teatro. E il pianoforte gli serviva solo per testare strutture, armonie, accompagnamenti. Una macchina da scrivere musicale, più che un compagno da amare.
Eppure, questo bistrattato compagno lo seguì fedelmente per tutta la vita: ne aveva uno a Zurigo, uno a Venezia, uno a Bayreuth. Scrisse la maggior parte delle sue opere seduto davanti a una tastiera, anche se spesso era la sua mente – e non le sue mani – a suonare davvero.
Per scoprire come i sogni di gloria del giovane Richard si sono trasformati in realtà, ascolta il podcast AL GALOPPO CON WAGNER, in uscita il 4 Agosto 2025.