Ieri, 1° Marzo, data convenzionale del compleanno di Chopin, sono andata al cinema a vedere Chopin. Notturno a Parigi, il biopic diretto da Michał Kwieciński e interpretato da Eryk Kulm nel ruolo del protagonista. È una produzione polacca di ampio respiro, girata tra la Polonia e la Francia, con un impianto classico e una durata importante – oltre due ore – che dichiara fin da subito la volontà di costruire un ritratto completo, stratificato e ambizioso. Ecco le mie impressioni.

È, senza alcun dubbio, un gran bel film. Le scenografie e i costumi sono splendidi: Parigi ottocentesca rivive sullo schermo con eleganza e cura maniacale per i dettagli. I salotti, le sale da concerto, gli interni borghesi e aristocratici restituiscono un’atmosfera raffinata e coerente, capace di immergere lo spettatore in quel mondo fatto di arte, conversazioni colte e fermento creativo.

La scelta registica più interessante è quella di sottolineare con forza i due opposti che convivono in Chopin. Da una parte l’ironia, l’amore per la vita, la giovane età che lo spinge naturalmente a frequentare amici, serate, feste e salotti; dall’altra l’inesorabile sentenza della malattia, mostrata senza filtri sullo schermo. Non c’è edulcorazione: la fragilità fisica, la sofferenza, la consapevolezza della propria fine diventano presenza costante, quasi un’ombra che accompagna ogni sorriso. Questo contrasto è potente e dà profondità al personaggio.

Molto ben reso è anche il rapporto con Franz Liszt, dipinto come un amico generoso, leale, capace di ammirazione sincera e sostegno concreto. La loro amicizia emerge come uno dei nuclei emotivi più riusciti del film. Più lacunoso, invece, il rapporto con George Sand: una relazione fondamentale nella vita del compositore che qui appare meno approfondita, quasi tratteggiata per frammenti, senza quella complessità psicologica che avrebbe meritato.

Eccezionale, strepitosa la prova attoriale di Eryk Kulm. Il suo Chopin è vibrante, fragile, ironico, tormentato. Ma ciò che rende la sua interpretazione ancora più ammirevole è la scelta – coraggiosa e rara – di non utilizzare una controfigura per le scene al pianoforte: i brani li ha suonati lui stesso. Certo, mai oltre i trenta secondi per pezzo, con dissolvenze che accompagnano l’ascolto, ma il gesto, l’intenzione, la postura sono autentici. E questo si sente, si vede e dà verità.

La musica è il filo conduttore sottile dell’intero film. Qualcuno ha osservato che si sia insistito troppo sulla malattia e poco sulla musica. Personalmente credo non serva un film per celebrare la musica di Chopin: quella si celebra già da sola, nei teatri, nei conservatori e nelle sale da concerto di tutto il mondo. Il film sceglie invece di indagare l’uomo dietro il mito. E forse è proprio grazie a quell’atroce malattia, che lo accompagna fin dall’infanzia, che Fryderyk ha sviluppato quell’animo poetico e sensibilissimo che ci ha regalato pagine immortali. La sofferenza non è spettacolarizzata, ma diventa chiave di lettura della sua interiorità.

Ma, insieme a tutto questo, il film manca secondo me un’occasione importante. Se il regista voleva realizzare un’opera divulgativa, capace di far conoscere e amare Chopin anche a chi non lo facesse già, penso soprattutto alle nuove generazioni, allora, a mio avviso, ha sbagliato prodotto. Un “filmone” di oltre due ore (che si sentono tutte), costruito come biopic classico, con tempi dilatati e ritmo non sempre incalzante, non è probabilmente il canale più efficace per intercettare un pubblico giovane o non già appassionato.

La prova più amara? La sala era letteralmente vuota. E proprio nel giorno del compleanno di Chopin! Un dettaglio che pesa e che fa riflettere. In sostanza, è un film per chi già conosce, ama, suona o studia Chopin. Per questo pubblico funziona, emoziona, coinvolge. Ma al di fuori di questa cerchia rischia di restare un prodotto di nicchia.

Penso, al contrario, a I colori del tempo: un recente film francese leggero e piacevole, ma molto profondo, che, grazie all’espediente contemporaneo di un’eredità, ha saputo collegare passato e presente in maniera geniale e appassionante, parlando degli impressionisti francesi anche a un pubblico giovane e non addetto ai lavori. Lì la struttura narrativa ed il montaggio facevano da ponte, rendevano accessibile la materia, appassionavano senza appesantire. Ecco, forse una soluzione simile avrebbe potuto avvicinare anche Chopin a chi oggi lo percepisce come distante, se questa era una delle intenzioni della produzione, come ho letto.

Resta comunque l’aver saputo rendere splendidamente l’immagine di un giovane uomo fragile e luminoso, e la sensazione che dietro ogni Notturno, ogni Mazurca, ogni Preludio ci sia un’anima che ha saputo trasformare il dolore in poesia.

E non è poco.