(Tempo di lettura: 2 minuti). Chi cammina in montagna sa che ogni sentiero ha un punto d’arrivo: un passo, un prato nascosto, un lago incastonato tra le rocce. È lì che il respiro rallenta, il corpo si rilassa e lo sguardo si perde nella bellezza del paesaggio. Au lac de Wallenstadt di Franz Liszt è la fotografia sonora di quel momento: niente più fatica, solo la quiete conquistata. Le sue note non raccontano la salita, ma l’istante in cui si posa lo zaino, ci si siede e il silenzio dell’acqua e delle montagne intorno diventa musica.

Liszt scrisse questo brano intorno al 1835, periodo in cui attraversava la Svizzera con Marie d’Agoult, nobildonna e scrittrice francese con cui aveva intrapreso una relazione scandalosa per l’epoca: Marie era sposata e madre di due figlie, e la loro fuga insieme suscitò grande clamore nella società parigina.

Il lago di Wallenstadt si trova nel nord-est della Svizzera, nel Canton San Gallo, a 25 km dal confine con il Lichtenstein, incastonato tra montagne ripide che scendono direttamente fino alla riva. È lungo circa 15 km e largo poco più di 2 km, con acque limpide che riflettono l’azzurro del cielo e il verde dei boschi circostanti. Le cime del Churfirsten, a sud, formano un’imponente barriera rocciosa che accentua la sensazione di isolamento e pace. In estate, le acque sono calme e quasi immobili; in inverno, il lago si veste di silenzio e nebbia.

Questo luogo incantato colpì Liszt per la sua bellezza raccolta, quasi immobile, circondata da alte cime che ne proteggevano la pace, e diventò uno dei momenti musicali della Première Année: Suisse delle Années de pèlerinage, una raccolta che trasformò in musica le tappe dell’itinerario svizzero del compositore e della sua amata.

In Au lac de Wallenstadt il pianoforte sembra respirare insieme al paesaggio. Il tema iniziale è un motivo semplice e ondulante, che ricorda i riflessi dell’acqua mossa da una leggera brezza. Nella sezione centrale di sviluppo le armonie si arricchiscono, ma restano trasparenti: non c’è tensione, solo il lento fluire dello sguardo tra acqua e monti. Il tema torna ancora più disteso nel finale, fino a dissolversi in poche note sospese, come il silenzio che cala al tramonto e la contemplazione che si fa quasi preghiera muta.

La tonalità di Mi bemolle maggiore contribuisce a dare al pezzo un colore caldo e luminoso, mentre il tempo regolare e tranquillo crea un senso di continuità e quiete. Liszt ci rende partecipi delle sue stesse sensazioni e ce le restituisce con un potentissimo piccolo quadro pianistico. E’ il suono della bellezza raggiunta, una pagina di pura pace: Liszt, spesso associato a virtuosismi abbaglianti, qui diventa pittore di quiete e misura. È un invito a fermarsi, respirare e lasciarsi circondare dalla bellezza, così come il lago è circondato dalle montagne.

La musica diventa il luogo stesso: il riflesso dell’acqua, il profilo delle cime, il cielo limpido. Un piccolo paradiso raggiunto — e custodito — in forma di suono.

Come un vero Wanderer romantico, Liszt trasforma questo viaggio tra le montagne svizzere in un pellegrinaggio interiore, dove ogni paesaggio riflette una tappa della sua stessa ricerca di senso e di sé.

Come dovremmo fare tutti noi.

Questa la mia esecuzione consigliata di Alfred Brendel:

https://www.youtube.com/watch?v=TiI4P5TWvro