Ci sono sere d’estate in cui viene spontaneo alzare gli occhi. Forse perché fa troppo caldo per stare in casa, perché finalmente la giornata rallenta, perché Ferragosto porta con sé una specie di rito collettivo: una terrazza, una sedia e il cielo sopra di noi. E allora guardiamo. Guardiamo la luna, cerchiamo qualche costellazione, aspettiamo una stella cadente (che è il saluto da lassù di qualcuno che abbiamo amato).

Quest’anno il cielo ci ha offerto più di un’occasione per farlo. Il 12 agosto abbiamo assistito a una spettacolare eclissi di Sole: totale in alcune zone d’Europa, mentre in Italia il fenomeno è stato osservabile come eclissi parziale. E proprio nelle stesse ore le Perseidi raggiungevano il loro picco, in condizioni particolarmente favorevoli grazie alla Luna nuova. Due fenomeni molto diversi, ma capaci di produrre la stessa reazione: farci fermare e guardare il cielo.

Ed è proprio questo che la musica fa: ci fa fermare un momento ad ascoltare.

Ma che musica fanno le stelle?

La domanda è volutamente impossibile. Le stelle non suonano, almeno non nel senso in cui intendiamo noi la musica. Eppure, da sempre l’uomo ha cercato nel cielo un ordine, una proporzione, una forma di armonia. Già nella tradizione pitagorica nacque l’idea che l’universo fosse governato da proporzioni numeriche analoghe a quelle che regolano l’armonia musicale: la cosiddetta “armonia delle sfere”. Platone avrebbe poi trasformato questa intuizione filosofica in una delle immagini più celebri della sua cosmologia, nel Timeo e soprattutto nel mito di Er della Repubblica, dove le sfere celesti sono accompagnate dal canto delle Sirene.

A distanza di più di duemila anni, abbiamo trovato un modo completamente diverso per provare ad ascoltare il cosmo.

La NASA fa suonare l’universo

Da alcuni anni la NASA e i suoi collaboratori trasformano i dati raccolti dai telescopi in sonificazioni: informazioni scientifiche relative alla posizione, alla luminosità, alle frequenze della luce o al movimento degli oggetti celesti vengono tradotte in suoni udibili dall’orecchio umano. Non sono registrazioni del “rumore” delle stelle nello spazio. Sono traduzioni sonore di dati reali. La posizione di una sorgente luminosa può diventare un’altezza sonora, la sua luminosità può determinare il volume, diverse lunghezze d’onda possono essere affidate a differenti strumenti o timbri.

In questo modo possiamo, per esempio, “ascoltare” il centro della Via Lattea, dove i dati provenienti da diversi telescopi sono stati trasformati in un paesaggio sonoro. Oppure entrare, attraverso l’udito, nella regione in cui stanno nascendo nuove stelle nella Nebulosa della Carena, grazie alle osservazioni del telescopio spaziale James Webb. È una cosa che trovo assolutamente meravigliosa.

Per i più curiosi, ecco la pagina ufficiale della NASA con tutte le sonificazioni raccolte: https://science.nasa.gov/mission/hubble/multimedia/sonifications/

Pitagora immaginava la musica delle sfere e la NASA, duemila anni dopo, trasforma i dati del cosmo in suono. Tra le due cose c’è una differenza enorme, naturalmente, m a c’è anche qualcosa che le accomuna: il desiderio umano di trovare un modo per ascoltare ciò che è troppo lontano, troppo grande o troppo invisibile per essere raggiunto dai nostri sensi.

Ed è qui che arriva in nostro aiuto Claude Debussy.

Una terrazza sotto la luna

Il brano che vorrei suggerirvi per questa notte d’estate è uno dei dodici Préludes del secondo libro per pianoforte di Debussy: La terrasse des audiences du clair de lune. Il titolo è già un piccolo racconto: La terrazza delle udienze al chiaro di luna. Sembra quasi di vedere un luogo lontano, una terrazza affacciata sul buio, la luna che illumina appena le architetture, qualcuno che attende.

(John Atkinson Grimshaw: A classical maiden seated on a terrace by moonlight)

E in effetti Debussy trovò probabilmente l’ispirazione per questo titolo leggendo un articolo del giornalista René Puaux pubblicato sul quotidiano Le Temps nell’agosto del 1912, dedicato all’India e alle cerimonie legate a Giorgio V come imperatore delle Indie. Nel testo compariva l’immagine di una fantastica “terrazza delle udienze del chiaro di luna”. È una delle tante curiosità dei Préludes di Debussy: il titolo non racconta ciò che dobbiamo ascoltare, ma apre una porta sull’immaginazione.

Il brano è lentissimo, sospeso, quasi immobile. All’inizio sembra che il pianoforte non voglia veramente “cominciare”. Alcuni accordi si affacciano nel registro medio e grave, mentre una melodia sottilissima scende come dall’alto. È la luce della luna che arriva gradualmente sulla terrazza. Poi la musica si anima.

Per un momento il paesaggio sembra prendere vita: il ritmo diventa più mobile, la scrittura si allarga, la dinamica cresce. È come se lo sguardo, abituatosi all’oscurità, cominciasse finalmente a distinguere ciò che prima non vedeva. E poi, lentamente, tutto torna a spegnersi. La luce si allontana. La terrazza rimane immersa nel silenzio della notte. Il brano dura circa cinque minuti, l’intensità è sorprendente.

Una musica da guardare

Che miracolo compie Debussy! La sua musica non “descrive” la luna come potrebbe fare un’illustrazione musicale. Non ci dice: ecco la luna, ecco le stelle, ecco la notte. Fa qualcosa di molto diverso: ci mette nella condizione di guardarle.

E allora possiamo provare un piccolo esperimento. Stasera mettiamoci su una terrazza, su un balcone, in giardino, ovunque si possa vedere un pezzo di cielo. E guardiamo su ascoltando questo brano di Debussy, senza cercare di capire “che cosa rappresenta” ogni nota, ma lasciando semplicemente che la musica ci faccia compagnia mentre guardiamo il cielo. E potremmo scoprire che ascoltare e guardare sono molto, molto vicini.

La musica è come una stella cadente: esiste soltanto nel tempo in cui accade. Una nota nasce, vibra, si spegne. E noi possiamo soltanto ascoltarla mentre passa. La musica e il cielo hanno sempre avuto qualcosa da dirsi. Entrambi ci ricordano che ci sono cose che non possiamo trattenere, ma di cui possiamo godere per il tempo della loro presenza.

Mentre stiamo trascorrendo insieme il mese di agosto con le mie Pillole estive e prima che arrivi novembre, quando Debussy tornerà protagonista del mio concerto-racconto Claude & Claude: Monet incontra Debussy, ci unisce una terrazza. La luna. Le stelle. E cinque minuti di Debussy.

Buon Ferragosto, e che almeno una stella cadente ci trovi con gli occhi rivolti verso l’alto e un desiderio nel cuore ancora da esprimere.

ASCOLTO CONSIGLIATO: https://www.youtube.com/watch?v=4pShnruMMzo